Rilke, La ribellione delle cose

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Imparare a vedere significa imparare una propria interiorità sconosciuta.

Imparare a vedere significa non trasfondere immediatamente le cose in poesia, ma cogliere in esse “una sfumatura di lontananza” che ci fa capire quanto, finora, le cose siano state soltanto mostrate, e non capite od offerte.

Imparare a vedere significa scoprire anche l’ostilità delle cose, la paura, per esempio, che “un sottile filo di lana sporgente dalla coperta sia duro, duro e acuminato come una punta di acciaio”.

Imparare a vedere significa scoprire “quanti volti esistano”, nelle persone e anche nella singola persona.

Scoprire che da questi volti “a poco a poco spunta fuori il sostrato, il non-volto col quale si va in giro”.

Ed ecco, allora, Malte che prova le maschere davanti allo specchio.

Ma la maschera si ribella, si attacca al volto. Chi infatti può dire quale sia il volto e quale sia la maschera?

E anche lo specchio si ribella, come tutte le cose: “Lo specchio aveva atteso solo quello. Era arrivato il momento della vendetta.

Mentre mi sforzavo di liberarmi in qualche modo dal mio camuffamento, in preda a un’oppressione che aumentava smisuratamente, lo specchio mi costrinse, non so come, ad alzare gli occhi e mi notificò un’immagine, no, una realtà estranea, inconcepibilmente mostruosa, di cui rimasi impregnato contro la mia volontà: adesso il più forte era lui, e io ero lo specchio” ….

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